“E così ha generato un popolo di giovani, di persone di cultura, di artisti, di politici, di gente semplice, di poveri, di abbandonati…e ne ha fatto il popolo di Dio”.
Mons. Filippo Santoro, Vescovo di Petropolis
(RJ, in occasione del funerale di don Virgilio, 12/10/2002 )
Per saperne di più : Testo integrale della vita di Don Virgilio

Virgilio nasce il 6 luglio 1951 a San Piero in Bagno, sull’ Appennino tra Emilia Romagna e Toscana, nell’Italia centrale. Primogenito di Angiolo e Santa, che in seguito hanno altri due figli, Fernando e Isa, più giovani rispettivamente di tre e otto anni.
Il piccolo Virgilio è felice di accompagnare il padre nel suo lavoro di taglialegna, su e giù dalle montagne con i suoi asini. Dal padre apprende l’amore per la natura, il silenzio, l’abitudine al lavoro tenace. La madre Santuzza, come tutti la chiamano, lo porta in chiesa quasi tutti i giorni, alle cinque e mezza, per la prima messa, dove il bambino fa il chierichetto. E’ lei a considerare con attenzione la risposta che Virgilio dà ogni volta che gli chiedevano cosa vuole fare da grande: “Il prete!”. Così, sentito il consiglio del parroco, quel chierichetto di appena 11 anni entra nel seminario minore di Sansepolcro per iniziare gli studi ginnasiali. “Fare il prete non è uno scherzo, se non ti senti portato sei ancora in tempo a rinunciare” - gli dicono ogni anno i genitori. Ma lui risponde : “Non preoccupatevi, sono sicuro di quello che ho scelto”.

Il percorso della vocazione, pur così chiaro all’origine, non è sempre facile e lineare. Lo stesso Virgilio racconta: “Tra il ginnasio e la scuola superiore sono stato per diversi anni in uno stato di incoscienza. A farmi prete non ci pensavo più, a scuola andavo bene senza studiare, quindi non mi impegnavo neanche negli altri campi. Vivevo un po’ come una bestiola. Venivo in vacanza e per reazione non andavo alla Messa: non mi importava di niente”. “Cristo non lo si scopre un giorno così, all’improvviso e, una volta scoperto, lo si possiede così per tutta la vita, senza far niente. Ci vuole una ricerca continua, ricerca che non finisce mai, perché di Cristo si scopre ogni giorno un aspetto sempre nuovo e più Cristo si manifesta, più è esigente, perché conoscendolo sempre meglio non possiamo esimerci dal dargli una risposta: il nostro sì. Un sì combattuto, sofferto e magari, in qualche momento, anche rinnegato, ma che dovrà essere sempre un sì”

Virgilio prosegue i suoi studi di Teologia nel Seminario Maggiore di Arezzo. Qui, attraverso altri seminaristi, conosce alcuni giovani di Gioventù Studentesca (GS). E’ l’esperienza iniziata quasi vent’anni prima intorno al sacerdote e professore milanese Luigi Giussani, e che, dal 1969, assume il nome di Comunione e Liberazione. Virgilio si ritrova pieno di curiosità davanti a quella vita di comunione e di amicizia. Anche a San Piero cominciava un gruppetto di GS e proprio là, nella parrocchia vicinissima alla sua casa, Virgilio viene mandato come assistente, subito dopo aver ricevuto il diaconato, il primo grado del sacramento dell’Ordine. Nel 1975 lo mandano in un’altra parrocchia (San Rocco) a Cesena e anche lì il parroco, Bruno Benini, partecipa al movimento di CL.
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| Il 7 marzo 1976 è il giorno dell’ordinazione. |
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Tra il 1977 e il 1981, ogni ora di Virgilio era spesa negli incarichi parrocchiali, nelle lezioni di religione in due scuole e nel tempo dedicato all’ingrandirsi della comunione e amicizia con i giovani. Ma c’era il tempo per covare una piccola scintilla, che non cessò mai di ardere…” Fin dal primo giorno - racconta don Benini - Virgilio già gli parlava della sua vocazione missionaria. Tuttavia, per tutto il tempo della sua presenza lì, egli ha dimostrato un impegno pieno di amore, come se dovesse rimanere lì per sempre”. “Proprio per questo”- continua - “la parrocchia si è sentita costretta a continuare con lui… in Brasile!”.
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“Vado là tra le montagne, per la strada che mi sta davanti” (Otto Lara Resende) |
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“Io non ne sapevo nulla, fino a che un bel giorno don Virgilio è apparso qui”. Chi parla è don Pigi Bernareggi, parroco di Tutti i Santi, nel quartiere Primeiro de Maio a Belo Horizonte. Pigi ricorda l’entrata di quell’uomo alto e robusto, vero montanaro, dal sorriso aperto e dallo sguardo acuto, che parlava con l’erre alla francese. “Stavo mettendo a posto la sacrestia. C’era un enorme armadio pesante, che non riuscivo a spostare nonostante tutti i miei sforzi. Entra don Virgilio e si presenta. Chiacchieriamo un po’, poi lui mi chiede cosa sto facendo. Gli spiego e gli dico che forse mi potrebbe aiutare a spingere l’armadio. Lui sorride: spingere? Macché! Abbraccia l’armadio e lo mette dall’altra parte della stanza come fosse un pacchetto leggero!”. Quel gesto inaspettato è quasi una sintesi di tutto quello che avrebbe scoperto su Virgilio: “Il coraggio e l’enorme forza di progettare e fare l’impossibile, nella più semplice naturalezza, quasi per gioco, grazie alla forza dello Spirito”. Ricorda Pigi: “In pochissimo tempo la sua presenza affascinante e semplice, totalmente in sintonia con l’universo di quella nuova generazione , suscitò un pullulare di gruppi giovanili in quasi tutte le comunità della parrocchia”.
Un’altra caratteristica è la sua “mania” di accogliere in canonica alcuni barboni e alcolizzati abbandonati dalle famiglie, raccolti sui marciapiedi del quartiere, malati e a volte dementi. “Virgilio dispensava loro un’amicizia e una tenerezza senza confini e li portava con sé agli incontri della comunità degli universitari… E dappertutto accadeva che la comunità cristiana nasceva e prosperava”

Sono anche gli anni in cui aiuta don Pigi nella Pastorale delle Favelas. La sua presenza si intreccia con l’inizio di un ampio programma di miglioramento delle condizioni di vita dei favelados che dal 1982 viene promosso dall’AVSI - Associazione Volontari per il Servizio Internazionale, una ong di Cesena. Secondo il presidente Arturo Alberti, l’amicizia con Virgilio “fu l’avvio di un’attenzione nei confronti dell’America Latina”. Di fronte alla possibilità sempre presente della disperazione per quel popolo che soffriva anche per la disoccupazione, la miseria e l’ingiustizia, Virgilio constata: “È bello vedere che molte volte ciò che fa decidere di avere una reazione invece di un’altra è il seme della speranza che le comunità ecclesiali stanno spargendo in questi ambienti”.
Nel 1983, l’Arcivescovo lo nomina responsabile per la Pastorale Universitaria diocesana e nel 1984 si aggiunge l’incarico di rettore del Seminario di Filosofia. Questo nuovo impegno lo allontana dalla parrocchia del Primeiro de Maio, anche se continua a recarvisi con i giovani universitari e seminaristi per la caritativa.
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| Vocazione che si comunica |
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Negli studi dei seminaristi il Seminario di Filosofia corrisponde al passaggio dalla scuola superiore all’università. “Questi sono gli anni più difficili”, commenta Virgilio in una lettera, “gli anni in cui la fede e la certezza religiosa sono più poste in discussione, sono più messe a confronto con la vita. Sarà un lavoro affascinante vivere tutti i giorni con loro la scoperta di queste novità. Soprattutto, sarà una grande opportunità per condividere con loro la riscoperta del mio sacerdozio”.
Nel Santuario della Serra della Pietà, a partire dal 1992 e nel Seminario Propedeutico Giovanni Paolo II - di cui Virgilio era diventato rettore nel 1988 ha continuato quest’opera educativa dei giovani che si preparano al sacerdozio. “A Virgilio – ricorda un suo ex allievo- piaceva commentare il versetto del Vangelo che racconta come Gesù chiamò i Dodici e cominciò a inviarli a due a due (Mc 6,7). Perché - lui diceva - insieme condividiamo la ricerca dell’ideale, vivendo una compagnia vocazionale”. “È stata un’intera generazione di sacerdoti”, osservano alcuni suoi ex allievi-, “aiutata da lui nella questione della vocazione”.
Il 29 giugno 1989 fu un giorno sicuramente indimenticabile per Virgilio: l’ordinazione del primo gruppo dei “suoi” seminaristi. “Nell’abbraccio, molti mi hanno detto ‘grazie’”, annota. “Ho capito che sono solo un servo inutile e che il Tuo mistero, o Dio, la Tua presenza misteriosa coinvolge tutto. Che paternità stupenda, con/nonostante l’indifferenza! Semplice ed essenziale, grazie alla Chiesa”.

La passione di Virgilio per l’evangelizzazione si dispiega in ogni direzione, sfruttando ogni aspetto della sua eclettica personalità. Racconta una ragazza: “Spendeva una gran parte del suo tempo insegnandoci a cantare e ad apprezzare la musica. Quando la comunità cantava, il nostro canto era proprio l’espressione di un popolo”. Lungo gli anni, compone insieme ad Arlete (insegnante di chimica ma amante di musica) canzoni come Alba, La Patria, Geremia 2, Principe della Pace, che a partire dalla comunità di Minas Gerais si diffondono in tutto il movimento di CL in Brasile.
Sprona la comunità di CL a Belo Horizonte ad abbracciare la città. A volte lo fa attraverso gesti di educazione alla carità, come quelli che diedero origine alla profonda amicizia con le realtà dei quartieri poveri, o come quelli che portarono giovani e adulti a visitare, dal dicembre 1985, i detenuti della prigione chiamata “Inferno da Lagoinha”. Altre volte ancora, attraverso gesti pubblici che raggiungono il cuore del mondo della politica e della cultura. Nel 1986 e 1987, l’avventura si chiama “Alba di Libertà”: due giorni intensi di tavole rotonde, esposizioni d’arte, competizioni sportive, spettacoli e incontri anche con personaggi di spicco come artisti, scrittori, musicisti, politici, uomini di Chiesa.
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“Quanto più cammino più vedo strada, ma se non cammino non sono niente” (Geraldo Vandré) |
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“Sono sacerdote per una missione”- annota Virgilio - “non per un’azione, non per una organizzazione, ma solo per il dilatarsi di quello che ho incontrato. Fuori dalla missione sono meno tuo, o Dio”. Nonostante la sua indole timida, per cui preferirebbe restare in disparte, dal 1985 al 1992 (quando lo ferma la malattia) accetta di seguire come visitor tutte le comunità di CL che sorgono in Brasile, questo lo porta –come diceva lui stesso- “a girare come una trottola”.
Nel 1994 Edimar, sedici anni, alunno di Sêmia nella capitale Brasilia (città satellite di Samambaia) viene assassinato dal capo della sua banda, quando si rifiuta di continuare a commettere i crimini che avevano contrassegnato la sua giovinezza. Il ragazzo, dopo aver incontrato la comunità di CL, aveva riconosciuto un’esperienza che valeva la pena affermare fino alle ultime conseguenze: le sei pallottole dell’arma che il suo “protettore” scarica su di lui. Virgilio, quando viene a conoscenza dell’accaduto, passa alcuni giorni a Brasilia, per confortare gli amici. Celebra la messa del funerale e passa quasi tutto il tempo con gli studenti di Samambaia, tentando di infondere un poco di pace all’animo dei ragazzi, che vorrebbero vendicare la morte dell’amico. Quando alcuni mesi più

tardi, nel 1995, anche Alex viene assassinato, Virgilio chiede a Sêmea di invitare la famiglia del ragazzo alle vacanze degli studenti. . Quando dovette smettere di visitare le varie comunità del Brasile, volle continuare a recarsi almeno a Brasilia tutti i mesi, ciò che fece fino al maggio del 2002 e chiese che continuassero a raccontargli per telefono tutto ciò che stava accadendo.
In tutti quegli anni, inoltre, è stato un instancabile animatore degli incontri di fraternità tra i sacerdoti di CL missionari in Brasile e in America Latina.
“In questo periodo in cui sto correndo come non mai” - scrive Virgilio ad un amico - “al punto di avere nausea della moto che mi porta da un capo all’altro della città, ciò che dà senso alle mie giornate è la consegna di me fatta nell’eucarestia e il ripetere senza stancarmi, mentre guido la moto, il Memorare e la mia consacrazione alla ‘Madonna di Corzano Aparecida’, con la ferma volontà di darmi tutto e di affidare a Gesù e alla Madonna le miserie, gli incontri, le situazioni”.

In Virgilio c’era una tensione instancabile e intelligente a conoscere e a valorizzare il popolo brasiliano e la sua cultura , senza mai disconoscere la propria cultura di origine e senza mai mettere in ombra il motivo ultimo della sua presenza in Brasile: l’annuncio della salvezza portata da Gesù Cristo. “Lui era più brasiliano di me, più mineiro che i nostri amici di Minas, - dice Susie- perché era profondamente uomo. È entrato nella nostra cultura ridandole il contenuto che si stava perdendo”. Aveva un interesse speciale per gli autori brasiliani in campo musicale e letterario, cristiani e non: “Il suo sguardo era sempre un dialogo con l’autore, non una sacralizzazione di ciò che stava leggendo. Era un dialogo in cui quello che l’autore diceva interessava perché aveva a che fare con la vita”, osserva Othoney, avvocato di Salvador. Incoraggiava i gruppi di reisado [tradizione popolare di canti, danze e processioni della vigilia dell’Epifania], congado [danza di origine africana], le bande musicali, il teatro popolare, gli spettacoli tradizionali della Settimana Santa.
Dice il poeta brasiliano Bruno Tolentino, suo grande amico: “Era un uomo di cultura elevata, di cultura variegata e non scontata. Era sempre ben informato sulla letteratura, la filosofia, sul pensiero della Chiesa e su ciò che di questa si diceva. Il mio riavvicinamento alla Chiesa lo devo a lui”.
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| “Lega il tuo aratro a una stella” (Gilberto Gil) |
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La montagna che ospita il più importante santuario mariano di Minas Gerais si trova nel municipio di Caeté, a 37 chilometri da Belo Horizonte. La Serra della Pietà riceve pellegrini di tutta la regione. Fra Rosário Joffily, domenicano e rettore del seminario dal 1959, chiese all’arcivescovo di Belo Horizonte nel 1989 che Virgilio dividesse il suo tempo fra il seminario e la Serra. A poco a poco, fra Rosario introdusse Virgilio nello “spirito” della Serra e lo presentò come suo successore. Il primo passo fu fatto il 1º gennaio 1992, quando costituita la Parrocchia della Madonna della Pietà, in cima alla Serra, Virgilio ne divenne il primo parroco, dopo più di un anno di convivenza col vecchio frate domenicano. Dopo la morte di fra Rosario, il Santuario diviene per Virgilio la sede stabile, per il quale lascia le parrocchie in città e l’incarico di Rettore del seminario propedeutico. Condivide l questa responsabilità con alcuni amici della Fraternità dei Sacerdoti; essi continuano le opere e restauri iniziati dal frate, come la Casa dei Pellegrini, che ospita chi si trattiene più giorni, la biblioteca di Teologia Mistica e, soprattutto, la nuova e più grande chiesa dedicata alla Madonna della Pietà. Come annota Virgilio nel registro: “il Santuario continua ad essere punto di riferimento per gli amici che vengono dal mondo intellettuale, politico, culturale, artistico, professionale, che possono così avere un luogo dove essere aiutati a realizzare quella unità tra fede e cultura, tanto necessaria per la diffusione del Regno di Dio”.

Il cancro viene diagnosticato a Virgilio nel 2001. Racconta il suo amico Filippo Santoro, vescovo di Petropolis: “Dopo un primo momento in cui rimase scioccato, immediatamente, cominciando dalla preghiera, maturò la disponibilità per una consegna totale” . La lettera che Virgilio gli scrisse il 4 dicembre dice: ” È da anni che tutti i giorni offro la mia vita al Signore, qualunque cosa questo significhi, ‘in cambio’ (che pretesa!) della fedeltà alla mia vocazione e di quella dei sacerdoti miei amici del Movimento. Ripeto: che pretesa! Nel tempo ho riconosciuto che il Signore prendeva la mia vita facendomi girare come una trottola per il Movimento. Adesso, forse, sta chiedendo un’altra cosa. Io mi aspettavo in ogni momento che questo dovesse accadere. All’inizio mi costò molto quel ‘qualunque cosa questo significhi’, poi mi è venuta una libertà paurosa che si capisce davvero che non è mia. Allora in questi giorni mi viene da pensare così: posso guarire, posso morire, posso continuare con una malattia sgradevole e umiliante, ma sono contento, un po`spaventato, ma contento. Spaventato soprattutto quando penso a mia mamma e a tutte le persone a cui voglio bene, ma contento! Contento e grato per poter vivere la vita, tutta la vita per l’opera di un altro”.
E’ scritto sul registro della Serra della Pietà: “Avendo servito la Madonna, Madre del Cielo, questa lo chiamò nel suo giorno, 12 ottobre 2002, alle 22 e 38”.
“La pace vera in questa vita è l’inquietudine del cuore; il resto è incoscienza.
So che la contraddizione non finirà mai: è quello che lascerò ai miei amici quando morirò”.
Virgilio Resi
Lettera di Virgilio a Filippo